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Ambiente

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Amo leggere degli antichi (anche se il termine, applicato alle conoscenze, mi sembra proprio inesatto!) soprattutto quando trattano di architettura.
Alcuni anni fa vengo attratto (si perché i libri ci chiamano, loro sanno di cosa abbiamo bisogno!) dal trattato di Marco Vitruvio Pollione, il “de architettura”.
Architetto romano sotto l’impero di Cesare e di Ottaviano Augusto, giunto all’eta matura, scrisse quello che è l’unico trattato di tecnica edificatoria pervenutoci dall’antichità.
Vincenzo Scamozzi, architetto veneto del ‘500 di lui scrisse:
“ha ragionato di tutte, o almeno le più difficili e bisognevoli parti dell’architettura e bisogni dell’architetto, il che se molti conoscessero, non così facilmente si vanterebbero di essere architetti, che appena sanno quello che gli appartiene”
Il testo è stato talmente illuminante che per secoli è stato oggetto di studio e considerato ispiratore dei trattati dell’Alberti, di Leonardo e del Palladio.
Mi sono approcciato alla lettura pensando di trovare teoremi logaritmici o formule incomprensibili. Niente di tutto ciò. Anzi la più assoluta semplicità nel descrivere concetti chiari, direi anche scontati, ma che risultano quanto mai rivoluzionari vista la cultura dell’uomo moderno.
Si parla dell’ambiente, di come l’uomo di deve rapportare ad esso, di come l’architetto si debba porre nei confronti della sua opera:
“…egli deve essere versato nelle lettere, abile disegnatore, esperto in geometria, conoscitore di molti fatti storici; nondimeno abbia anche cognizioni in campo filosofico e musicale, non sia ignaro di medicina, conosca la giurisprudenza e le leggi astronomiche.”
Non provate anche voi una sensazione di ammirazione/frustazione in tutto ciò?

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